Non aveva mai creduto alle bugie,
VaL.
Le riconosceva subito, non solo per via delle gambe corte, del naso a
pinocchietto che arrivava fino a metà polpaccio e del morbillo bianco che
facevano venire alle unghie, e neanche perché stavano sempre lì a reggere il
moccolo di cera a chi mangiava il lume di candela e poi lo starnutiva perché dà
allergia se non sei un luminare, e VaL non lo era.
Erano bravi a riconoscerle tutti,
così.
Invece VaL le smascherava ancora
prima degli altri perché sentiva l'odore della panzana indorata e frottola
lontano un miglio, mangiava come un uccellino da sempre, se non ci riusciva lui
chialtri ci poteva riuscire!
E visto che chialtri abitava in
un altro quartiere, VaL nel suo era ancora l'unico a cantare Vittoria, il canto
della regina inglese di cui ricordava sempre e solo la melodia, perché lui
dell'inglese masticava giusto qualche parola, poi puntualmente le sputava, in
anticipo gli rospavano la gola, e in ritardo capiva che quel gesto non era
affatto principesco, ma tutti continuavano a dirgli di sputare il rospo e lui
non se lo faceva saltellare in gola due volte.
Val, dicevamo, aveva fiuto per le
bugie, soprattutto per quelle grandi quanto la casa delle bugie - che poi era
un bugigattolo, a sentire la verità.
Quante volte le bugie lo avevano
ospitato con la scusa di un tè delle cinque tèrre, un tè speziale, alla menta
piperita patty, quella con le foglie rosse piene di lentiggini.
“Mi offrono un mentatè, queste
mentecatte, ma io non me la bevo la menta! Mentano loro, io non mento!”,
rimuginava mettendo il broncio a tavola e lasciando poco spazio al servizio made in
china, realizzato da inchiostratori incalliti alle mani.
“Ditemi la verità”, disse una
volta per tutte le volte che i suoi genitori non avevano avuto il coraggio di
dirgliela.
“Non è vero che mi ha portato la cicogna”.
“Beh...”, belarono perplessi sua
madre, suo padre e sua nonna che passava di lì per caso e che aveva capito se
era vero che gli avevano portato la cicoria, che lei sapeva bene che al piccolo
VaL non piaceva mica la verdura.
“E non è vero che mi avete
trovato sotto un cavolo”.
“Eh...”, sospirarono la mamma e
il papà, e sospirò anche la nonna, che sotto al tavolo non lo cercava mai,
eppure si nascondeva sempre là quando voleva scappare dal cucchiaio di legno
che oramai conosceva il suo sedere meglio delle pentole e di quello che era
costretto a mescolare.
“Allora da dove sono venuto?”,
gridò nello sconcerto più totale, quello dove si suona senza musica, perciò poi
tutti restano a bocca aperta e asciutta di sillabe suonate.
“Dall'ombelico della mamma”,
rispose indicandoglielo (a scanso di equivoci) il papà, convincente come un
dromedario che dice di riuscire a passare per la cruna di un ago [in fondo si è
tolto una gobba apposta, furbo lui, mica come voi ricchi che non riuscite ad entrare nel
regno dei cieli perché il portafogli ve lo dimenticate sempre sulla terra,
Mister e Misscredenti!].
VaL sentiva odore di menzogna ma
forse era il ragu che aveva perso l'accento francese per filarsela all'inglese
da quel sugo bolognese.
“E come avrebbe fatto la mia
testa così grande a passare da un buco così piccolo?”, chiese VaL sospettoso
come un rinoceronte che cerca di capire chi gli ha messo le corna proprio
davanti agli occhi, facendolo diventare l'unico animale strabico del pianeta
terra terra.
La mamma e il papà si guardarono
allibiti, la nonna invece si guardò allagata. La lavatrice era stufa di essere
usata per le verdure in umido. “Non ti scaldare così tanto”, l'aveva ammonita
più volte l'ammoniaca, per non parlare dell'ammorbidente che l'aveva ammorbata
a dovere.
Ma lei si era stufata per modo di
dire davvero, era diventata una stufa vera e propria. Così le si ruppero le
acque, tanto per restare in tema con l'argomento intavolato dal piccolo VaL,
che sapeva solo apparecchiare discorsi, mentre di sparecchiarli non ne voleva
mai sapere.
Tutto ora rischiava di finire in
una gigantesca bolla di sapone al profumo di Marsiglia che ci provava a volare, ma riusciva solo a rotolare per la casa, facendo rotolare con sé anche il papà e la mamma, la nonna, il ragu
senz'accento e l'accento che se la stava svignando piano su un tronco
sdrucciolo, il cucchiaio di legno, il tavolo, il cane Bù nascosto sotto il
tavolo per sfuggire alla nonna che spesso scambiava la sua pupù per il popò di VaL,
l'ammoniaca e l'ammorbidente che l'avevano ammonita e ammorbata tante volte
quella lì, prima che combinasse questo disastro qui.
E naturalmente rotolava anche il
piccolo VaL, che però non si era arreso.
Voleva capire questa storia dei
bambini e cosa c'entrassero le cicogne, i cavoli, i fiori, le api, le bocche
sdentate, le teste pelate e ora anche gli ombelichi mammoni.
Prima però doveva capire come si
faceva ad uscire da una bolla di sapone al profumo di Marsiglia e al gusto di
tensioattivi anionici.
Magari, se avesse capito questo, sarebbe riuscito a trovare da solo una spiegazione logica a tutto il resto.